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Sardegna, il commercio al tracollo: chiudono quasi quattromila negozi

Sardegna, il commercio al tracollo: chiudono quasi quattromila negozi

In caduta libera, come mai negli ultimi anni, nel 2017 sono stati tantissimi i commercianti sardi che hanno abbassato definitivamente la serranda della propria attività. Ben 3390 aziende del commercio e del turismo hanno cancellato la propria iscrizione al registro delle imprese, a fronte di 1675 nuove iscrizioni. Un saldo negativo del -3,4%, che supera anche il dato del 2016 che si era attestato sempre negativamente al -2,8. Numeri drammatici che raccontano una situazione che non corrisponde affatto ai proclami di ripresa economica, almeno non per l’Isola.

Il numero più drammatico è quello registrato a Sassari con un saldo negativo del -7% nel commercio e -4,5% nella somministrazione. Segue Cagliari con -2,2% nel commercio e 2,8 nella somministrazione. La ricettività turistica registra a Oristano il saldo negativo più importante: -4,4%, per il resto dell’Isola resta in stallo non lasciando presagire positività.

Tutte serrande abbassate che rappresentano un macigno insopportabile da sostenere, soprattutto nelle città capoluogo dove oramai vi sono tanti rioni privi dei servizi più essenziali: sono sparite le attività commerciali, dai negozi di alimentari ai pubblici esercizi, e questa è la situazione che si presenta all’orizzonte di tutte le aree più decentrate (e non) delle città, nonché, di tutti i piccoli centri.

“Stiamo assistendo ad una vera e propria desertificazione dei centri urbani. L’assenza di attività commerciali nei centri storici la dice lunga sulla difficoltà che le attività commerciali e artigianali riscontrano a stare sul mercato in aree marginali della città così come, purtroppo, in tutti i centri minori dell’isola- afferma Gian Battista Piana, direttore Confesercenti Sardegna – la politica dovrebbe almeno a posteriori riconoscere che questo è il risultato della totale indifferenza verso il comparto che ha caratterizzato l’attività politico-amministrativa di tutte le amministrazioni ai vari livelli. Parliamo di settori vittime non solo della crisi ma anche e soprattutto dell’assenza di qualsiasi intervento concreto in materia di abusivismo, oltre che, della totale assenza di scelte coraggiose in materia di programmazione.”

Ne è un esempio clamoroso la normativa regionale che regolamenta il settore dei pubblici esercizi. “Pensiamo alla situazione specifica dei Bar –aggiunge Piana –  da anni chiediamo interventi in questa direzione; ricordiamo che la normativa, oltre a stabilire che il rilascio delle autorizzazioni per la somministrazione di alimenti e bevande non può essere subordinato ad alcun contingentamento numerico (art. 2 direttive regionali), afferma il dovere dei comuni di promuovere l’equilibrata dislocazione (…) delle attività di somministrazione al fine di assicurare che tutte le zone siano adeguatamente servite. Di fatto in quasi tutti i comuni dell’isola, invece, si è deciso di non decidere, licenziando atti programmatori che in sostanza consentono le aperture in modo indiscriminato e soprattutto politicamente più “comodo”.”

Eppure il commercio cittadino ha una funzione fondamentale per la vita delle città “Da sempre abbiamo sostenuto che il commercio ha una insostituibile funzione in termini di elevazione della qualità della vita in quanto capace da sempre di sprigionare una forza equilibratrice di tutta la vita sociale e condizionare le stesse funzioni delle città e con essa i comportamenti singoli e collettivi – interviene Roberto Bolognese, presidente Confesercenti Sardegna – e mentre il  commercio di vicinato continua a vivere un dramma sempre più profondo, prendiamo atto che la GDO di contro si espande e continua a conquistare nuove fette di mercato. Appare dunque quanto mai necessario mettere mano ad una nuova legge regionale sul commercio con i tanto auspicati vincoli urbanistici per ristabilire quel minimo di equilibrio tanto evocato nei principi della normativa specifica.”

“A nostro avviso la classe dirigente dovrebbe partire da qui e maturare la convinzione che settori come il commercio e l’artigianato necessitano di un vero e proprio piano straordinario di intervento, di una azione politica a sostegno che riconosca il ruolo sociale che essi esercitano – concludono Piana e Bolognese –  l’alternativa non può che essere una sola: il deserto, e con esso un incremento dei costi sociali che esso determina.”

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