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"La missione ha sostenuto il mio sacerdozio" Parla don Gianni Sanna, parroco di Solanas, per dieci anni missionario fidei donum in Kenya

Sono trascorsi oramai 22 anni ma lo spirito missionario continua ad animare il lavoro di don Gianni Sanna, parroco a Solanas. «Certe esperienze – esordisce – ti restano dentro senza nemmeno che tu te ne renda conto. Uno che passa in un certo luogo acquisisce determinate sensibilità che poi incide sul modo di portare avanti la pastorale. A volte non te ne accorgi ma ne percepisci i riflessi, i commenti e li attribuisci a delle grazie che tu hai avuto nei luoghi dove sei passato: senso di apertura, attaccamento alla famiglia, senso di comunità, di appartenenza reciproca. Tutti elementi presenti nella cultura africana. Si tratta di un bagaglio che trasferisci nel modo di fare pastorale. Senti il bisogno di coinvolgere la gente, facendo crescere in loro il senso di appartenenza. Saper ascoltare gli altri e programmare assieme in Africa è un modo comune di fare. Una parola d’ordine in Kenya è “arambei” che significa “lavoriamo insieme” e a volte te la ritrovi come una tua abitudine». Dopo mezzo secolo forse il senso missionario si è un po’ affievolito, ma nella Veglia missionaria una ragazza ha ricevuto il mandato missionario. La sensibilità alla Missione continua a manifestarsi? Credo di sì. Mi ha fatto piacere che quest’anno il Vescovo abbia voluto portare tutti i seminaristi del Maggiore di Cagliari a Nanyuki, per trascorrere una ventina di giorni insieme. Ho sentito anche le risonanze dei ragazzi che erano entusiasti di questa esperienza. Una modalità da acquisire per i futuri sacerdoti? Certo. Anche per allargare la visione di Chiesa. La «Fidei Donum» è veramente un dono grande per le diocesi perché porta le persone fuori dai propri recinti e ogni volta che accade hanno l’occasione di attingere e abbeverarti alla bellezza della Chiesa. Il dialogo, secondo quanto dice papa Francesco, l’apertura, l’attenzione agli ultimi, alle periferie, l’accoglienza dei migranti non possono che arricchire la nostra stessa vita. Ora ci sono meno sacerdoti in partenza ma ciò non vuol dire che nella nostra diocesi manchi la sensibilità. Le parrocchie che abbiamo, sia in Brasile sia in Kenya, oltre al servizio di don Antonio Serra in Inghilterra e di don Alessio Secci in Belgio, sono occasioni belle per la nostra diocesi. Sono felice che il Vescovo e una ventina di sacerdoti vadano a novembre da don Antonio a Londra. Come parroco fondatore a san Luca quale influenza ha avuto l’esperienza missionaria? Ero rientrato da poco e, senza che io me ne accorgessi, ho potuto sperimentare come la gioia dell’Africa sia stata utile nel lavoro a Margine Rosso. Quando il vescovo Canestri mi propose di andare a fare il parroco fondatore a san Luca rimasi perplesso perché la zona era particolare, ma si trattava comunque di missione. Mi sono reso conto che in fin dei conti è stato un bene perché la gente ha apprezzato, cammin facendo, l’avere un parroco con un passato da missionario in Africa. Si era sviluppato un bel senso di comunità nella parrocchia grazie proprio ai doni che il Signore mi aveva elargito in Kenya. 

Fonte: Il Portico









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