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La Silvio Pellico “adotta” quattro ragazzi - Cronaca

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SASSARI. Alpha ha 18 anni. Ha occhi neri e profondi come il continente dove è nato. Ha uno sguardo sfuggente che riflette una vita andata ben oltre l’adolescenza. E ha un sorriso che ti abbaglia. Ma solo dopo aver capito che di te, forse, può fidarsi. È a Sassari da poco più di un anno, arriva dal Gambia, è ospite del centro di accoglienza di via Solari, e ha qualcosa in più di una speranza: togliersi di dosso il cartellino di migrante ed essere considerato per quello che è, un ragazzo di 18 anni.Per provare a trasformare il suo sogno in vita reale, Alpha da tre settimane corre, fa esercizi, suda, salta oltre la rete di un campo di volley. Lo fa con altri tre ragazzi ospitati nel centro di accoglienza di via Planargia: Alagie, 18 anni, anche lui del Gambia, Ibrahima 24 anni, della Guinea, e Alassane, 18 anni, del Senegal.A spalancare loro le braccia è stata la società di volley Silvio Pellico. I dirigenti, il presidente Pietro Sini con la bandiera storica Giampaolo Galleri e il vulcanico Mariolino Andria, si sono consultati con gli educatori che seguono i ragazzi nei centri di accoglienza, e hanno deciso di mettere faccia e impegno in un vero progetto di integrazione: «Ci sono tanti pregiudizi, paure e troppe parole su questi ragazzi», spiegano: «Molti di loro hanno storie terrificanti alle spalle, e sono davvero soli al mondo. Non ci si può sempre voltare dall’altra parte».Ecco allora che i dirigenti stanno mettendo a punto un progetto con tutti i crismi, da sottoporre all’approvazione delle istituzioni. «Lavoriamo già nelle scuole con i bambini delle famiglie disagiate, e vorremmo allargare il progetto per includere anche questi ragazzi».Intanto Alpha e compagni si allenano con i ragazzi della squadra maschile, imparano le tecniche della pallavolo e si sentono parte della città. Prima e dopo gli allenamenti si danno da fare per riordinare e pulire la palestra di via Dei Mille. È il loro modo di lavorare per ripagare dell’accoglienza: «Non possiamo accettare di venire qua senza dare nulla in cambio. Noi vogliamo lavorare, è giusto così, ed è un piacere per noi». A lavorare ci hanno provato anche fuori dalla palestra. Ma senza successo. «Sappiamo che è già difficile per chi è del posto trovare un lavoro, ma noi ci proviamo, Abbiamo chiesto ovunque, anche in campagna, ma tutti ci hanno detto no», racconta Ibrahima. Prima di mettere piede in Sardegna hanno attraversato il deserto e sfidato il mare, pagando mille euro a testa per essere stipati su una barca di fortuna. Ora da Sassari non vogliono andare via: «In Africa non c’è futuro. Per nessuno. Quello che è successo la scorsa settimana è molto brutto, noi non siamo coinvolti e la violenza non ci appartiene. A Sassari siamo accolti bene. Solo sull’autobus capita che qualcuno parli male», racconta Ibrahima, «ma quando succede, io mi volto dall’altra».

vedi su La Nuova Sardegna









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