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L'accoglienza dei migranti occasione per migliorare Sassari - Cronaca

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L’episodio della mega rissa di Latte Dolce ma anche i tanti altri casi che negli anni hanno interessato sassaresi e non, maggiorenni e minorenni, oggi sono diventati una questione non più eludibile. Insieme ad essi, il loro substrato profondo: un progressivo degrado della convivenza civile, del livello di civismo, del capitale sociale. La politica dell’emergenza nell’accoglienza dei flussi migratori è palesemente fallita. E non poteva essere altrimenti. Come si possa pensare, al di là della pura necessità transitoria e temporanea del fornire cibo e riparo in casi eccezionali, di far funzionare un modello che concentra tutto il disagio creando delle enclave nelle città, è un mistero. Benissimo, dunque, hanno fatto la Regione Sardegna ed il Comune di Sassari a puntare con convinzione sul modello Sprar (Servizio di protezione per richiedenti asilo e rifugiati). Si tratta di una scelta intelligente, che favorisce la qualità della vita sia di chi arriva, sia di chi accoglie. Numeri più piccoli, diffusi fra i tanti centri del territorio. Persone non più sistemate tutte insieme dentro strutture enormi, nelle quali è facile possano verificarsi problemi interni di convivenza e di relazione col quartiere che le ospita ma accolte in case, inserite nel contesto sociale, con numeri più piccoli, affrontabili. Ogni Comune assume la responsabilità di essere parte della soluzione, il carico di lavoro viene redistribuito ed è così più sostenibile. A guadagnarci sono la qualità dell’accoglienza e la coesione sociale. Però non basta: nelle nostre città, oggi, ci sono persone che si sentono escluse e vedono come una minaccia chi arriva da fuori. Non importa quale terribile storia abbia alle spalle, cosa abbia sofferto per arrivare fin da noi: molti fra noi si sentono ai margini. Spesso si autoescludono, non conoscendo tutte le possibilità che il nostro welfare garantisce loro, essendo cresciuti nella negazione della loro possibilità di essere cittadini, essendo stati manovrati da una politica senza scrupoli come massa elettorale da soddisfare al più con qualche corsia preferenziale verso diritti “venduti” per favori personali. La casa, il lavoretto, il sussidio. Non bisogna fare alcuna distinzione fra vecchie e nuove esclusioni sociali: si tratta sempre di esclusioni. Le nostre società hanno molto di più di quello che serve per una vita dignitosa di tutti. Per fare in modo che un modello diverso si affermi e non faccia più sentire nessuno escluso, qualunque sia la sua etnia, per togliere spazio ad ogni forma di xenofobia e rifiuto dell’altro, va fatto un grosso investimento immateriale, nella costruzione di relazioni sociali diverse, nel capitale sociale, nella presenza delle istituzioni nei luoghi dell’esclusione e del disagio. Per troppi anni alcune parti della nostra città sono state lasciate a se stesse, per non parlare della genesi dell’insediamento in alcuni quartieri, esattamente quella di un modello che ora si applica ai migranti, cioè la concentrazione del disagio ed il suo allontanamento. Il Comune di Sassari ha investito con successo alcune energie progettuali in iniziative molto importanti, che bisognerà avere la capacità di condurre in porto felicemente e la pazienza di vedere realizzate compiutamente. Francamente, a questo poco servono le isterie da campagna elettorale o il continuo soffiare sul fuoco dell’inimicizia. Il traguardo che ci dobbiamo porre è trasversale, è civico, dovrebbe essere un obiettivo di tutti. Vogliamo che nella nostra città il disagio di tutti diventi qualcosa di cui ci si fa carico in modo collettivo. La rinnovata attenzione per le aree in sofferenza della città che arriva dai nuovi progetti sulle periferie e sul centro storico, da fondi nazionali, comunitari, regionali che l’amministrazione è stata in grado di intercettare, va nella giusta direzione. Con un piccolo ma importante punto di specificazione. Solo se accanto alla riqualificazione fisica delle strutture porremo una grande attenzione alla rigenerazione sociale e istituzionale dei quartieri potremo pensare di dare una risposta convincente. Solo se a Sassari nascerà una rete di autogoverno diffuso fondata su Consigli di quartiere realmente attivi ed inclusivi, in continuo ascolto ed in rapporto con l’amministrazione comunale qualcosa potrà cambiare in positivo. Civismo, cittadinanza attiva, partecipazione alle decisioni, consapevolezza di diritti e doveri, vicinanza delle istituzioni. Se insieme alle strutture riusciremo a cambiare anche le relazioni, la nostra città uscirà da questi importanti progetti decisamente migliore. A partire dall’occasione dell’accoglienza dei migranti.

vedi su La Nuova Sardegna












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