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L’integrazione dai social scende in piazza - Cronaca

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SASSARI. Il razzismo ormai si respira nelle strade e nei quartieri di Sassari, e i recenti scontri tra i migranti ospiti del centro di accoglienza del Pime e i alcuni residenti di Santa Maria di Pisa sono la cartina di tornasole di una convivenza difficile. Ieri per una volta il dibattito sull’accoglienza e sull’integrazione è sceso per strada, traslocando dai soliti social in piazza Santa Caterina. «Finalmente ci guardiamo in faccia, usiamo la parola. Da questo importante momento di incontro dovrà nascere un seme, una serie di proposte operative».Alle 19 ci sono duecento persone raccolte in semicerchio. Sono le prove tecniche di “transocialità” della sinistra. C’è molto associazionismo, diversi esponenti politici, qualche consigliere comunale, studenti universitari molti insegnanti. E proprio uno di questi rompe gli indugi al microfono: «Insegno al liceo, ho tre ragazzi extracomunitari. Siamo andati a vedere come vivono: buttati nel centro di Predda Niedda, in un mondo compresso pronto a esplodere. Noi dovremmo conoscere meglio queste realtà. Ce la facciamo addosso ad andare in piazza Dettori. È troppo semplice parlarci tra di noi».E un altro rincara la dose: «Invece di frequentare i nostri localini chic, sarebbe decisamente meglio andare a Santa Maria di Pisa ed essere ricoperti di merda. Perché quello che sentireste non vi piacerebbe per nulla. Si parla di negri, di gente che puzza, c’è un razzismo cattivo che fa ribrezzo. Ma la realtà è questa: lì non sono incazzati una volta, ma dieci volte tanto. E mentre noi disquisiamo sui social, Casa Pound va in strada e parla con quella gente incazzata. Sapete perché ce l’hanno a morte con i migranti? Perché vedono che “i neri” sono molto più protetti di loro. E questo, in una condizione di disagio e miseria, genera odio e contrapposizione».Il grande problema è l’educazione: «A scuola piccoli ignoranti razzisti crescono – si lamenta una insegnante – Nei programmi ministeriali non c’è traccia di spunti su diversità e accettazione. Tutto è lasciato alla sensibilità del singolo docente. Allora facciamo progetti per le scuole, per sensibilizzare i ragazzi ai tempi dell’accoglienza». Il fatto è che anche tra i docenti manca la preparazione: «C’è ancora chi non conosce la differenza tra migrante, profugo, rifugiato e richiedente asilo. Questo è gravissimo. Io non posso avere paura di un migrante perché ho avuto la fortuna di conoscerli, di averci lavorato insieme. L’integrazione può solo passare attraverso una maggiore conoscenza reciproca». E allora c’è chi propone di organizzare momenti di incontro interculturali, un pranzo etnico al Pime, feste di musica, ma anche assemblee a Santa Maria di Pisa. E c’è chi sogna anche di aprire all’accoglienza tutte le case sfitte di Sassari, in modo da ridurre i ghetti e incentivare un’integrazione capillare e diffusa. (lu.so.)

vedi su La Nuova Sardegna









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