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Solidariet contro populismo, Francesco è l'anti-Trump - Cronaca

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Il monito di papa Francesco sul cibo è cristallino: «Di fronte all’aumento della domanda di alimenti è indispensabile che i frutti della terra siano disponibili per tutti». È così che il pontefice, nel suo discorso alla Fao in occasione della celebrazione della Giornata mondiale dell'alimentazione, ha chiesto una maggiore responsabilità dinanzi a un’emergenza – la carenza di cibo – oggi molto forte: 815 milioni di persone vivono in una situazione di insicurezza alimentare. Un problema che secondo Bergoglio deve essere risolto affrontando lo spreco alimentare nella sua totale complessità, non cullandosi di risultati marginali: «Ridurre è facile, condividere invece impone una conversione, e questo è impegnativo». Un invito a tutelare il diritto di ogni essere umano a nutrirsi e alla realizzazione delle proprie aspirazioni «senza doversi separare dai propri cari».

Perché questo è ciò che succede, migrazioni di massa causate dalla mancanza di cibo, a sua volta collegata ai conflitti civili e agli shock climatici, come avviene, secondo l’Onu, in zone a rischio quali Nigeria, Somalia, Sudan del sud e Yemen. Senza contare il delicato tema dell’acqua, che in molti continuano a ritenere infinita e che invece è presente in portata sempre minore, e non solo in aree critiche dal momento che un abbassamento delle falde idriche è già stato registrato in alcune zone di Australia, Cina, India e in America centrale. Sul tema delle migrazioni, visto anche l’esito delle elezioni in Austria con l'affermazione del partito popolare la cui leadership ha assunto posizioni ambigue su migranti e frontiere, senza fare riferimenti diretti il Papa chiama in causa le politiche anti-migranti, incluse quelle intimate da Vienna.

«Si dirigono dove vedono una luce o percepiscono una speranza di vita. Non potranno essere fermate da barriere fisiche, economiche, legislative, ideologiche: solo una coerente applicazione del principio di umanità potrà farlo». Al centro della riflessione di Francesco è l'insorgere del populismo, il “reawakening” (risveglio delle nazioni) invocato da Trump nel suo primo discorso all’Onu con cui ha attaccato Corea del Nord, Iran e Venezuela. La “controproposta” è un quadro di aperta interazione tra Stati, contro la tendenza a ricorrere ad accordi bilaterali «che subordinano la cooperazione ad una tranquillità momentanea». Rifuggendo quindi scelte isolazioniste. Adoperandosi per una gestione della mobilità umana che «richiede un’azione intergovernativa coordinata e sistematica, condotta secondo le norme internazionali esistenti e permeata da amore e intelligenza».

Per il Santo Padre è in gioco la credibilità dell'intero sistema internazionale: «Sappiamo che la cooperazione è sempre più condizionata da impegni parziali, che addirittura limitano ormai anche gli aiuti nelle emergenze». Elogia la solidarietà di base e accusa l'indifferenza quotidiana che copre povertà e fuga: «Amare vuol dire contribuire affinché ogni Paese aumenti la produzione e giunga all’autosufficienza alimentare. Amare si traduce nel pensare nuovi modelli di sviluppo e di consumo». Un cambiamento che nella visione del “rivoluzionario” Bergoglio sia al passo con i tempi, coniugando cooperazione e tecnologia, proponendo soluzioni adeguate: «Valorizzare la tecnologia al servizio dello sviluppo è certamente una strada da percorrere».

La religione di Francesco abbraccia la scienza moderna. Difende le tesi degli scienziati sul climate change dall'offensiva dei negazionisti: «Quanto ai cambiamenti climatici, ne vediamo tutti i giorni le conseguenze. Grazie alle conoscenze scientifiche, sappiamo come i problemi vanno affrontati; e la comunità internazionale è andata elaborando anche strumenti giuridici necessari, come per esempio l’Accordo di Parigi, dal quale, però, alcuni si stanno allontanando». È l'incipit della pesante accusa (politica, morale e religiosa) a Donald Trump, dopo che l'inquilino della Casa Bianca ha sepolto i programmi per salvaguardare l'ambiente introdotti da Barack Obama, e ha riportato in auge l'industria del carbone relegando le rinnovabili. Fregandosene delle emissioni di gas serra ma rispettando i patti presi in campagna elettorale con le lobby dei carburanti fossili. Il trumpismo è sul banco degli imputati dell'inquisizione papale: «Riemerge la noncuranza verso i delicati equilibri degli ecosistemi, la presunzione di manipolare e controllare le limitate risorse del pianeta, l’avidità di profitto». Tre atti d'incriminazione precisi e gravi, all'indirizzo del presidente statunitense. La via per la «redenzione» è prestare ascolto al grido dei «fratelli emarginati ed esclusi», rendere giustizia.

 

vedi su La Nuova Sardegna









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